DELIRIO GALLEGGIANTE
Tutti giocondi verso l'abisso antropocenico.
Considerazioni eco-sociali sui Floating Piers di Christo al Lago
d'Iseo.
30.06.2016 - di Luca Mercalli
E' incredibile osservare
l'ingenua e infantile gioia delirante un milione di persone che
si sono precipitate a camminare sui pontili sintetici di Christo.
Persone che parlano di un'esperienza sublime, di emozioni forti, di
incredibili sensazioni provate nel camminare su un telo di plastica
posato su taniche vuote sopra le acque di un lago prealpino reso
infrequentabile dalla folla. Le cronache sono del tipo: "Il
popolo dei Piers non indietreggia di un millimetro. Non si lascia
scoraggiare dalle code per salire su un treno, su una navetta o su un
battello, né dal sole che trasforma la passerella - e i piazzali di
Sulzano - in forni a microonde, tanto che ieri al tramonto sono tornati
in azione gli idranti per rinfrescare la folla in attesa. La parola
d'ordine è una sola: camminare su The Floating Piers, costi quel che
costi" (da
bresciaoggi.it).
Una situazione che, spogliata di tutto il costrutto mediatico-modaiolo
che gli si è appiccicato sopra, è in realtà riconducibile a una
semplice gita in battello: si cammina sulle acque e si ondeggia tra
tante persone!
Si tratta un ennesimo evento di massa emblematico dei tempi che viviamo
e della totale indifferenza alle conseguenze delle proprie azioni,
ovvero il fatto che sia mancata qualsiasi riflessione sulla
responsabilità ambientale di quest'opera d'arte (sebbene qualche
critico abbia almeno voluto definirla una pagliacciata sul piano
estetico e di costume).
I drammaticamente gravi significati simbolici che quest'opera si
porta dietro non sono stati nemmeno sfiorati: il trionfo dell'usa e
getta, del superfluo costoso, dell'artificializzazione
della Natura.
Dal
sito ufficiale dell'artista, assumiamo i dati tecnici:
- 220.000 cubi [di polietilene ad alta densità prodotto dalla
F.lli Cane di Fondotoce/Verbania coadiuvata dalle aziende bresciane Asco
Plast, Ziber Plast, Zetabi, Artigiana Stampi e Seven Plast] creano i
3 chilometri di The Floating Piers.
- 220.000 perni [sempre di polietilene] tengono insieme i cubi.
- 200 ancore del peso di 5,5 tonnellate l'una mantengono i
16 metri di larghezza del pontile in posizione [blocchi di cemento
trasportati nelle posizioni finali da mezzi nautici grazie all’utilizzo
di palloni industriali che, una volta raggiunta la postazione, sono
stati svuotati dell’aria e hanno adagiato sul fondo le zavorre].
- 37.000 metri di corda connettono gli ancoraggi al pontile.
- 70.000 m2 di feltro ricoprono i pontili e le
strade al di sotto del tessuto.
- 100.000 m2 di tessuto [in fibra poliammidica
(Nylon), prodotto in Germania dalla Setex Textiles e confezionato dalla
Luftwerkern di Lubecca] coprono i 3 chilometri di pontile e 2,5
chilometri di strada.
E il tutto per un'installazione della durata di 16 giorni, dal 18
giugno al 3 luglio 2016.
Dopodichè l'infrastruttura artistica verrà smontata e – sostiene il sito
ufficiale “tutti i materiali utilizzati saranno riciclati
attraverso un processo industriale”, non meglio specificato.
https://it.wikipedia.org/wiki/The_Floating_Piers
http://www.thefloatingpiers.com/manufacturing
http://www.thefloatingpiers.com/press/
Vediamo le criticità ambientali:
- riciclo plastiche: il polietilene è relativamente facile da
riciclare, i cubi verranno dunque ritirati dall'acqua e avviati a
recupero, ma con trasporto dove? Il tessuto poliammidico, in parte
sporcato e usurato, sarà meno facile da riciclare: di tutta questa
filiera sarebbe importante disporre da parte dell'artista e delle
autorità di igiene urbana locale una dettagliata e trasparente
documentazione! Non sia mai che finisca tutto nel vicino inceneritore di
Brescia...?
- energia grigia: anche se la plastica può essere riciclata, in
genere ottenendo un materiale meno pregiato di quello originario,
nessuno potrà ottenere la restituzione dell'energia spesa in fase di
produzione e lavorazione;
- rilascio composti tossici nel lago: ci sono additivi
potenzialmente rilasciabili dalla plastica nelle acque? Interferenti
endocrini che costituiscono un problema ambientale e sanitario sempre
più grave? Era necessaria una maggiore trasparenza, con certificati
merceologici precisi sulla natura dei materiali impiegati.
- emissioni dei trasporti per la costruzione: ci è voluto circa
un anno di lavoro di aziende italiane e tedesche per produrre,
trasportare, immagazzinare e montare (e poi smontare) l'installazione.
Un'attività che avrà comportato ingenti costi energetici, emissioni di
CO2 e altri inquinanti, produzione di rifiuti, imballaggi,
materiali accessori, incluso un sommergibile per le ispezioni del fondo
lacustre.
- emissioni indirette per il trasporto passeggeri e per le attività
di sicurezza: il colossale formicolare di persone che hanno invaso
la zona ha provocato un carico critico sui mezzi di trasporto locale, la
saturazione delle strade e inevitabilmente l'aumento di emissioni
climalteranti e di rifiuti su base locale, nonché il mantenimento di un
complesso sistema di vigilanza e sicurezza... a gasolio!
E ora i messaggi simbolici che l'opera d'arte comunica (o non
comunica):
- si può fare tutto ciò che si vuole, basta pagare! Ma il prezzo
dei danni ambientali non si bilancia con la moneta...
- una cosa che si smonta non lascia conseguenze! Ma ciò che non
si vede è talora peggio di ciò che si vede... le emissioni climalteranti
contribuiscono a deteriorare le condizioni di vivibilità dell'intero
pianeta, i rifiuti industriali del processo produttivo dei materiali e
quelli dispersi in acqua minano gli equilibri ecologici anche su tempi
millenari.
- siamo già sommersi dai rifiuti plastici e purtroppo negli
oceani galleggiano circa nuovi 5 continenti di plastica (*)! Altro che
aggiungerne, bisognerebbe fare un'opera d'arte per rimuoverli!
(*) Ogni anno almeno 8
milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare. Un
rapporto del World Economic Forum stima che ci siano attualmente 150
milioni di tonnellate di rifiuti plastici dispersi negli oceani, una
tonnellata di plastica ogni cinque tonnellate di pesce, e che a questo
tasso entro il 2050 nelle acque ci sarà più plastica che pesce!
Le correnti marine concentrano queste enormi quantità di rifiuti in
cinque principali “isole” galleggianti (oceani Indiano, Atlantico
settentrionale e meridionale, Pacifico settentrionale e meridionale):
http://www.5gyres.org/;
www.plasticoceans.net.
- non inquina solo ciò
che si vede, ma pure ciò che non si vede, dagli interferenti
endocrini alla mobilizzazione del substrato: “Marco Pilotti, docente
del dipartimento di Ingegneria civile, architettura, territorio,
ambiente dell’Università di Brescia ed esperto del lago d’Iseo, ha
condotto uno studio sull’impatto dell’opera sulla morfologia del bacino.
Il molo galleggiante è ancorato al fondo del lago con [più di] 150
blocchi di cemento armato da sette tonnellate l’uno e il progetto
prevede, al termine dell’esposizione, la rimozione totale dell’opera e
lo smaltimento di tutti i materiali. «Il recupero dei cosiddetti corpi
morti degli ancoraggi – spiega il professor Pilotti – farà solo del male
al lago, perché solleverà i sedimenti del fondale. Le misurazioni che
abbiamo fatto hanno rilevato che in quel terreno è contenuta una
quantità di fosforo 15 volte maggiore a quella presente nei livelli
superiori dell’acqua”.
http://lanuovaecologia.it/the-floating-piers-incombe-sul-lago-diseo/
http://hydraulics.unibs.it/hydraulics/?page_id=1720
- l'edonismo dissipativo, volgare e superficiale, attira assai di più
che la contemplazione della biosfera, la nostra casa da cui tutto
dipende! Chi, di questo milione di bipedi vociante su un palcoscenico
naturale trasfigurato per l'esibizionismo di massa, si è domandato
qualcosa su questo povero lago prealpino? Quanto è profondo, quanta
acqua contiene, che relazioni ha con la società e con la storia, è un
ambiente sano o compromesso? Come reagisce ai cambiamenti climatici?
- la Natura è sostituibile con l'artificio e si arriva a privilegiare
il falso che assomiglia al vero (che viceversa viene distrutto).
Afferma Christo: “Il telo color oro, cangiante, vuole rappresentare
la spiaggia: la gente deve pensare di essere su una spiaggia in riva al
mare, e camminarci sopra".
Ma perché mai bisogna immaginare una spiaggia di plastica? Perché non
godere di una spiaggia vera, magari proteggendola proprio dall'affronto
degli onnipresenti rifiuti in plastica che la deturpano?
E ancora, invita Christo, “Ascoltate il racconto della vita - Questo
progetto fisico non è un museo, ma un progetto reale, riguarda le cose
vere, sole, pioggia, vento". Accidenti! Sole, pioggia e vento erano
già lì da milioni di anni, ed è proprio l'opera d'arte ad essere quanto
più falsa, artefatta e improbabile in quel contesto! Con le parole si
può proprio costruire di tutto, mostrare vero ciò che è falso e
viceversa! Il problema sono i gonzi che ci cascano...
- il denaro – 15 milioni di euro più le spese pubbliche per la
logistica e la sicurezza - poteva essere speso per impieghi più
sostenibili, utili e durevoli;
- le folle si attirano con il capriccio e la bizzarria, mentre
sui temi importanti per la nostra stessa sopravvivenza, come l'epocale e
inedita crisi ambientale che si sta sviluppando, l'interesse è sempre
marginale, per non dire nullo;
- l'arte dovrebbe essere veicolo di riflessione sulla contemporaneità,
qui Christo rivela invece la sua senescente visione di un mondo
sintetico ormai incompatibile con i processi biogeochimici.
Contrappongo al vecchio Christo l'artista thailandese Nino Sarabutra
(è una donna, nonostante il nome in italiano suoni maschile), che ha
concepito un'opera molto significativa, esposta anche alla biennale di
Venezia 2015 e che ho provato con i miei piedi: 100.000 piccoli teschi
di porcellana che coprono il pavimento come ciottoli di fiume, sui quali
si è invitati a camminare a piedi scalzi ponendoci la domanda “che mondo
lasciamo dietro di noi?”
“I want people to ask themselves how they live, what they are doing—
if today was your last on earth, what will you leave behind?” Nino
Sarabutra, 2013
http://www.ninosarabutra.com/exhibition_WhatWillYouLeaveBehind.html


L'artista
thailandese Nino Sarabutra e la sua opera "What will you leave behind?",
qui esposta alla Biennale di Venezia 2015, che invita alla riflessione
sulle conseguenze delle nostre azioni e sul mondo che lasceremo alle
generazioni future tramite una camminata a piedi scalzi su migliaia di
piccoli teschi di porcellana.
Possono sembrare considerazioni fastidiose, respinte ed etichettate come
seccature che guastano il festoso pellegrinaggio, ignorano i soldi che
hanno irrorato il turismo locale e alimentato la retorica dell'Italia
capace di grandi opere... eppure sono lo specchio di una società che
rifiuta di confrontarsi con il più grande problema mai sorto da quando
l'uomo è sulla Terra, l'insostenibilità
dell'Antropocene e la sempre maggior
probabilità di collasso della civiltà.
Dunque, tutti gioiosamente avanti verso il baratro...
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