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GHIACCI
Uomini e avventure dalle alpi al grande nord
Brevini F.
Opportunity Spa , 2002
313 pagine, foto a colori su tavole fuori testo, poco illustrato,
cop. cartonata, dim. 15 x 22.5 cm .
€17.2 
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RECENSIONE

Ci sono tante storie di vita tra i ghiacci, nel libro di Brevini: Alpi, Canada, Polo Nord, Scandinavia. Dopo averlo letto ti resta impresso il colore azzurrognolo degli iceberg flottanti nelle acque oceaniche, e riesci a immaginarti il freddo patito poco meno di un secolo fa tanto da una manciata di esploratori polari, quanto da migliaia di alpini mandati a morire nella grande guerra invernale sui ghiacciai dell’Adamello.

Ma credo che l’effetto più importante che queste pagine producono sul lettore sensibile sia la maturazione di una riflessione. La recente conquista dei luoghi boreali, forse in assoluto i più inospitali del pianeta, da parte della civiltà occidentale – e sottolineo “conquista” nel senso meno nobile del termine - è entusiasmante sul piano tecnologico, ma inquietante in una prospettiva ambientale. Brevini ci descrive un moderno spaccato di una piccolissima parte di umanità che la sfida ai ghiacci la compie a bordo di potenti rompighiaccio a propulsione nucleare, aerei, motoslitte, elicotteri. Equipaggiata di GPS, di telefoni satellitari, di accumulatori, generatori, e quindi soprattutto di energia, tanta, senza la quale è un attimo sentirsi perduti nel deserto di ghiaccio. Solo i primi esploratori-navigatori di fine Ottocento sperimentarono il profondo sgomento di fronte a un mondo ancora privo di flussi di energia organizzati dall’uomo: la storia della Admiral Tegetthoff intrappolata per due anni nei ghiacci marini dell’artico è esemplare e toccante. L’unica energia per la sopravvivenza del granitico equipaggio austriaco fu fornita dagli orsi e dai loro lipidi. Dall’impresa di Nobile in poi, sarà diverso: la radio e l’aviazione, pur senza nulla togliere ai rischi ambientali, incrementeranno notevolmente il senso di sicurezza legato alla disponibilità di combustibili fossili.

In termini quantitativi, l’energia spesa oggigiorno nei territori del freddo non è forse così importante, ma è simbolica. E’ infatti artefice di un sistema ad altissima entropia: la lotta con gli elementi produce quasi solo disordine termodinamico. Ma Brevini offre anche un’altra chiave di lettura di questo mondo affascinante e al tempo stesso repulsivo. Ci sono popoli dei quali si parla poco che da secoli vivono in equilibrio nella severa natura glaciale. Inuit e Sami. Certamente non hanno conquistato il mondo, non hanno inventato loro né i telefonini né il computer, non sono andati sulla Luna. Ma sono – ancora per poco - depositari di un modo di vivere in stato di equilibrio con l’ambiente, di “climax” si potrebbe dire, o di minima entropia. Ancora per poco, si diceva, in quanto l’inesorabile avanzata del progresso li ha gettati nell’abisso dello smarrimento. Basta leggere l’esperienza dell’Autore tra gli Inuit di Sermiligaq, un popolo in crisi d’identità, conteso tra grasso di foca e bidoni di benzina, dove il suicidio giovanile è frequente. Oppure rendersi conto dei problemi di un popolo nomade come i Sami della Lapponia alle prese con le imposizioni di quattro nazioni diverse che ogni anno rosicchiano lembi preziosi dell’ultimo territorio selvaggio d’Europa. Un popolo che tenta strenuamente di difendere la propria cultura ma che ormai insegue le renne con le moto da trial e gli elicotteri.

Per l’uomo delle basse latitudini non si tratta dunque di accedere al Grande Nord per cimentarsi con sfide che ormai non hanno più nulla di eroico, né di osservare questi popoli come spettacolo etnografico da cartolina. Né si tratta di sognare un improponibile ritorno collettivo ad un’età dell’oro in armonia con la natura, priva sì di comodità, ma forse più ricca di felicità. Si tratta invece di concepire la severità dell’ambiente nordico come fonte di ispirazione per la ricerca di una nuova condizione di sfruttamento limitato e responsabile delle risorse ambientali. Un luogo di frontiera, dove la nuova conquista della civiltà occidentale è ora rappresentata da quell’etica della responsabilità definita da Jonas in contrapposizione con la baconiana supremazia dell’uomo sulla natura. Gran parte dei Sami forse non ha molta familiarità con il secondo principio della termodinamica, eppure Erkki Halmetoja, sul Lago Inari stretto dal gelo invernale, lo interpreta a modo suo: “Non bisogna mai fare le cose contro la natura, tutto va fatto con la natura”. Si legge a pagina 143, per me la più importante dell’intero libro.

“Ghiacci” è una lettura avvincente e ricca di spunti, soprattutto per chi ama il freddo e le sue manifestazioni. Consentitemi tuttavia un paio di appunti pedanti: nevi e ghiacci si “sciolgono” molte volte nel libro, invece di “fondersi” come vuole il passaggio di stato da solido a liquido (sono tanti anche i fisici che si sbagliano in proposito, e quindi perdoniamo volentieri Brevini, che è professore di letteratura e non di fisica all’Università di Bergamo). Ma le tante appassionanti citazioni di Autori del freddo che accompagnano Brevini nelle sue 297 pagine, sarebbero state ancor più valorizzate da un’ampia bibliografia “boreale” in chiusura di volume.
Luca Mercalli

 

 

 

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